Il mestiere di vivere di Cesare Pavese

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Il mestiere di vivere di Cesare Pavese

Per comprendere appieno “Il mestiere di vivere” occorre partire dall’ultima annotazione scritta dal suo autore il 18 agosto 1950, appena tre mesi dopo aver ricevuto il premio Strega: «Tutto questo fa schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò più». È l’addio di Cesare Pavese alla letteratura, un lapidario e freddo commiato che anticipa il volontario congedo dalla vita che lo scrittore consumerà nella notte tra il 26 e il 27 agosto in uno dei più noti alberghi di Torino.

Del resto, il suicidio diventa la naturale, necessaria e triste soluzione per una personalità – quella di Pavese, appunto – incapace di vivere o forse, semplicemente, non in grado di sopportare gli oneri della maturità. Ufficialmente, il gesto estremo fu attribuito ad una delusione amorosa – la sventurata liaison con l’attrice cinematografica americana Constance Dowling – ma, di fatto, dalle pagine del diario emerge la consapevolezza dello scrittore di essere giunto alla conclusione di un ciclo, di una meditazione, a tratti anche tetra, che non può che terminare con la morte.
“Il mestiere di vivere” raccoglie le impressioni di Pavese in un arco temporale compreso tra il 1935 − anno del confino a Brancaleone Calabro − e il 1950 e tratteggia perfettamente gli aspetti principali di una personalità complessa che, benché capace di ritagliarsi uno spazio rilevante nel contesto culturale della sua epoca, non riuscì a trionfare nel quotidiano duello con la vita ma, al contrario, concepì l’attività di scrittore come l’ultima barriera per difendersi dagli oltraggi dell’esistenza («La letteratura è una difesa contro le offese della vita»).
Le pagine pavesiane attraversano anni importanti della storia italiana e internazionale, ma non vi è menzione dei numerosi avvenimenti storici − ventennio fascista, seconda guerra mondiale, ricostruzione postbellica − di cui l’autore fu testimone, segno tangibile di un animo chiuso in se stesso e concentrato esclusivamente su una macerante riflessione interiore. Ne affiora un quadro particolarmente fosco in cui lo scrittore piemontese mostra il suo carattere perennemente malinconico, abitudinario e intriso di una visione adolescenziale – e dunque illusoria − dell’amore.
Proprio il rapporto con le donne − difficile e deludente – portò Pavese a maturare una feroce misoginia evolutasi ben presto in acida misantropia e in ancor più logorante solitudine.
Tuttavia, sarebbe riduttivo leggere “Il mestiere di vivere” come diario di un’anima tormentata: l’autore non ha fede che lo salva né ideale che lo redime e conduce un’esistenza all’interno di una dimensione sospesa e di perpetua aspirazione verso qualcosa, ma fornisce importantissime informazioni sulla genesi delle sue opere e sulla propria formazione personale e culturale. Ci viene pertanto restituito, quasi in filigrana, il ritratto di un vorace lettore, appassionato di letteratura italiana e straniera − statunitense, inglese e francese, in particolar modo – e interessato all’etnologia (Pavese fu notevolmente attratto dalle pagine di Frazer) e alle tradizioni rurali del suo Piemonte.
Non mancano neppure lucidissime osservazioni critiche ed estetiche e avvincenti passi in cui lo scrittore illustra sogni e fantasie notturne che hanno alimentato, in questi anni, tutta una serie di esegesi psicologiche della produzione pavesiana.
“Il mestiere di vivere” non è dunque una pedissequa registrazione del quotidiano, ma testimonianza di cascami di vita malvissuta da parte di un uomo capace di stendere romanzi di spessore in appena tre mesi – è il caso di “Paesi tuoi” e de “La luna e i falò” – ma inadatto al rapporto con la quotidianità e con i propri simili. Insomma, una lettura interessante per chi vuole interpretare l’esistenza privandola del filtro delle illusioni.

Autore: Cesare Pavese
Titolo: Il mestiere di vivere. Diario 1935-1950
Pagine: 565
Editore: Einaudi

© Riproduzione riservata
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