Presunto bullismo a San Lorenzo, il Tribunale dei Minori assolve tutti gli accusati In evidenza

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Presunto bullismo a San Lorenzo, il Tribunale dei Minori assolve tutti gli accusati

SAN LORENZO DEL VALLO - Nessun bullismo. Nessuna reiterazione. Nessun branco. I fantasmi probabilmente stanno altrove, ma non certamente qui. A certificarlo, con una sentenza (N.46/18) che non lascia alcun margine ai dubbi né tantomeno alle pretestuose strumentalizzazioni dei soliti avvoltoi, è il gup del Tribunale per i Minorenni di Catanzaro Mario Santoemma il quale, al termine dell'udienza preliminare del 16 maggio scorso, ha respinto la richiesta di rinvio a giudizio avanzata dalla Procura delle Repubblica, e dichiarato piuttosto - così come richiesto anche dal Pm - il «non luogo a procedere» nei confronti di M.F., G.S. e A.G. - tutti e tre sedicenni e residenti a San Lorenzo del Vallo -, difesi dall'avvocato Antonella Marcovicchio, «per irrilevanza del fatto».

Per quanto riguarda, invece, l'assurda richiesta di risarcimento danni avanzata dalla parte offesa, anche in questo caso era stato lo stesso Pm a chiederne «l'inammissibilità». Altro che chiacchiere e/o pettegolezzi da bar - per giunta dei peggiori bar di Caracas! I tre minorenni, nello specifico, erano accusati di lesioni personali «poiché, in concorso fra loro, colpivano con calci e pugni M.V. cagionandogli lesioni personali refertate in “contusioni multiple con escoriazioni e abrasioni cutanee a carico del viso, del collo, delle ginocchia e della coscia destra” giudicate guaribili in 7 giorni». Una sentenza arrivata esattamente ad un anno di distanza dai fatti contestati. Una banale, anzi banalissima, lite tra ragazzi. Niente di trascendentale, nessuna associazione a delinquere di stampo mafioso! L'antefatto: qualche schizzo d'acqua (neanche fosse stato di acido!) in piscina alla sorella di M.V., un acceso scontro verbale tra i genitori e l'allegro e vivace gruppo di amici - con tanto di insulti e minacce nei confronti dei minori - che, evidentemente, lascia degli strascichi. Il fatto: M.F., G.S. e A.G. e altri quattro loro amici, appreso da terze persone che M.V. andava dicendo in giro di voler "vendicare" l'affronto nei confronti della sorella, lo contattano via cellulare dandogli appuntamento nella piazza teatro del piccolo centro ionico per un chiarimento. M.V. non si fa pregare, e si presenta in compagnia di altri tre ragazzi. Ma - in un clima già di per sé teso - le cose non vanno esattamente come previsto: i toni provocatori, gli atteggiamenti di sfida, la strafottenza e la scarsa attitudine al confronto fanno il resto. Dalle parole agli schiaffi è solo questione di un attimo. I ragazzi, tuttavia, ci mettono ben poco a pentirsi, a scusarsi e a fare pace: scene già viste e vissute, senza cattiveria né premeditazione, frutto dell'istinto più che di un “piano”. Ma le logiche degli adulti, purtroppo, a volte trascendono la realtà, vanno oltre, seguono percorsi arditi e tortuosi che nessuno, in verità, ha mai tracciato. Succede così che una fin troppo banale scazzottata tra amici finisca sul banco di un giudice, tra spettri mascherati da bullo ed ectoplasmi in versione gang. Come se i tribunali non avessero già troppo lavoro e/o di meglio da fare! Ma tant'è. Non prima, però, di aver dato libero sfogo alla rabbia, di aver respinto in maniera anche fin troppo poco ortodossa e poco oxfordiana ogni tentativo di scuse e chiarimento, con tanto di “francesismi” farciti di lugubri e funesti auguri di malattie, sofferenze e patimenti di ogni sorte. Parole, solo parole, partorite dalla rabbia e da quel comprensibile senso di impotenza che spesso ci assale, che però colpiscono, feriscono e fanno male quanto i pugni, se non addirittura di più. Soprattutto se rivolte a chi, ancora bambino, per colpa di una maledetta malattia ha assistito alla lenta, dolorosa e drammatica perdita di una madre insostituibile. Tutte cose di cui non si occuperà alcun tribunale, ma che costringeranno, suo malgrado, il torvo autore a fare i conti con la propria coscienza! Ma torniamo ai fatti. Perché dopo la denuncia presentata dai genitori di M.V. presso la Caserma dei Carabinieri di Spezzano Albanese agli ordini del luogotenente Sergio De Cristofaro, inizia la lunga ed interminabile trafila delle indagini, delle verifiche, degli interrogatori e dei verbali. Con l'immancabile intervento del Tribunale dei Minori e, in particolare, dei Servizi sociali, chiamati a “verificare” le accuse della presunta parte offesa e ad accertare la “pericolosità” e/o il “disagio sociale e familiare” degli «aggressori». Sono mesi lunghi ed intensi, logoranti, difficili anche da un punto di vista psicologico per un gruppo di ragazzi che si trovano ad essere additati come “mostri”. Il fatto che dei 7 componenti del presunto “branco di aggressori” ne siano stati denunciati soltanto sei, beh questo è davvero bizzarro e appartiene ad altre logiche e dinamiche. Il rinvio a giudizio, infine, viene tuttavia chiesto solo per tre dei minorenni coinvolti, ovvero M.F., G.S. e A.G., quelli che di fatto sono finiti alle mani con M.V. I genitori di quest'ultimo speravano in una punizione esemplare e in un sostanzioso risarcimento danni, ma si sono dovuti accontentare solo di un pugno di mosche. Il gup, infatti, oltre a rilevare che «gli imputati non sono gravati da alcun precedente penale», sottolinea come, sulla base delle relazioni presentate dai Servizi sociali, «non risulta assolutamente che i comportamenti denunciati rientrino tra le modalità di condotta dei minori» in questione e, soprattutto, che «al contrario, risulta che i giovani facciano parte di nuclei familiari normocostituiti, all'interno dei quali vi sia un forte legame ed una cospicua collaborazione». Lo stesso non manca, inoltre, di porre l'accento sulla «insussistenza della pericolosità sociale degli imputati», insistendo quindi «sull'assoluta occasionalità del fatto». In virtù delle lesioni tutt'altro che gravi riportate da M.V. e tenuto conto del principio (sancito dalla sentenza n. 88 del 1991 della Corte Costituzionale) “che il processo non debba essere instaurato quando si appalesi oggettivamente superfluo”, il gup del Tribunale per i Minorenni di Catanzaro Mario Santoemma, nel dichiarare il non luogo a procedere “per irrilevanza del fatto”, puntualizza: «Deve ravvisarsi nella fattispecie quella occasionalità che si ricollega non solo al fatto, collegato certamente ad un fraintendimento tra ragazzi conclusosi in modo errato ma, indubbiamente, sostenuto da un'impulsività dettata da circostanze poco chiare e non risolte verificatesi antecedentemente, peraltro tra minori legati da diverso tempo da un vincolo di amicizia, dell'incensuratezza, ma anche alla condotta di vita dei giovani, al comportamento tenuto in sede processuale ed extra processuale». Alla faccia del presunto bullismo e dell'altrettanto presunta gang! Storia finita? Neanche per sogno. Già, perché appena qualche settimana dopo, in occasione di un incontro pubblico proprio sul difficile tema del bullismo (che è una cosa molto più seria di quanto qualcuno vorrebbe far credere!) tenutosi presso il locale Istituto comprensivo “Mattia Preti”, l'insegnante (madre di M.V.) è intervenuta parlando di “scuola di carità” e soffermandosi sulla necessità di «metodologie pedagogiche efficaci che guardino con fiducia alle potenzialità degli alunni prima di condannarli». Sic! La stessa ha, quindi, riferito delle “angherie di bulli” a causa delle quali sarebbe stata costretta a trasferire la figlia in un'altra scuola, non avendo trovato collaborazione nei genitori dei presunti “prepotenti” e “tormentatori”. «Fin quando vivremo di ipocrisia ed omertà - ha sentenziato - e di insegnanti che preferiscono non vedere e non sentire ciò di cui sono capaci i bulli, soprattutto il male psicologico che possono procurare alle loro vittime, il bullismo nelle scuole non verrà mai sconfitto. Gli insegnanti non devono avere paura di compromettersi». La stessa, infine, aveva rivendicato di «aver fornito le prove della gang che si era formata». Peccato che il Tribunale non sia stato dello stesso avviso! Il “J'accuse” della suddetta insegnate ha, ovviamente, provocato l’immediato sdegno degli insegnanti stessi, per nulla disposti a tollerare il goffo tentativo di ridimensionare il proprio lavoro e il proprio impegno. In particolare, uno di loro, che però ha preferito restare anonimo, oltre ad invitarla a “non sputare nel piatto in cui mangia”, ha chiosato: «Non credo che qui ci sia bullismo. Non esiste proprio, non ne vedo alcuna traccia. Solo piccole e sporadiche liti tra ragazzi, del tutto fisiologiche. E poi cerchiamo una volta per tutte di capire cosa si intende per bullismo! Se fare battute o scherzi significa essere bulli, beh rischiamo di scadere nel ridicolo. Al minimo segnale di “pericolo” siamo sempre intervenuti con tutti i provvedimenti del caso, stroncando sul nascere ogni eventuale pericolo di degenerazione». Da parte sua, invece, la dirigente scolastica Maria Saveria Veltri rivendica: «Il nostro istituto è da anni impegnato, con straordinario successo e con risultati più che confortanti, in azioni di prevenzione e di formazione per educare i ragazzi (ma anche i genitori) al rispetto reciproco, al confronto e alla convivenza civile. Ed è proprio in quest’ottica che si inserisce la lezione sul fenomeno del bullismo tenuta presso la nostra scuola dal Capitano dei carabinieri della Compagnia di San Marco Argentano appena qualche settimana fa alla presenza di alunni, genitori e insegnanti». Un marchio infamante, quello del bullismo, che qualcuno cerca disperatamente da tempo di affibbiare all'istituto comprensivo “Mattia Preti” e a San Lorenzo del Vallo, senza fortuna. Come una anacronistica “lettera scarlatta” ormai scolorita e superata dal tempo. I bulli vanno fermati, recuperati, educati - laddove sono effettivamente presenti. Minacciarli, ricorrere alle bestemmie, augurare loro le peggiori sofferenze e torture di questo mondo non serve a cancellare ciò che è stato né a migliorare e/o cambiare il futuro, né tantomeno serve - a chi le pronuncia - a raggiungere quel riscatto che il tempo e la vita hanno già più volte negato e respinto con chirurgica e impietosa puntualità. E, soprattutto, è sciocco e inutile strumentalizzare e mistificare episodi che nulla hanno a che fare con questa piaga sociale solo per non ammettere di aver sbagliato. Anche questo, ahimè, è bullismo! Per giunta della peggior specie, laddove arriva da un educatore che avrebbe ben altri compiti e doveri. Ma questa è un’altra storia.

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