Il fascino dell'affascinu-sfascinu

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Si può dire: parole al vento! Una batteria di concetti, eccoli: affascinu e sfascinu; superstizione, tabù; sfiga, iella, sfortuna; iettatore, menagràmo; scaramanzìa, scongiuro, malocchio, fattura, maleficio; fattucchiera, mago, strega; spille, ferri di cavallo, code di lucertole, cornetti vari, …; gobba, gatto nero, passare sotto una scala; indossare le vesti della sacerdotessa Pizia, che pronuncia gli oracoli in nome e per conto del dio Apollo; indovino, veggente, chiromante, profeta; …

E chi più ne ha, più ne metta…
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La verità è che certe azioni umane ci incuriosiscono e ci ammaliano, ci affascinano, perché sono sostanzialmente inspiegabili a rigor di logica e, dunque, a lume di ragione.
In questo contesto di idee, probabilmente aiutano a riflettere (capire?) i grandi fatti della Storia, che -dalla Letteratura alla Filosofia, alla Storia dell’Arte, …- si chiamano Umanesimo e Rinascimento, Illuminismo e Romanticismo, …, i quali, diversamente ed in ‘epoche’ differenti, hanno puntato sostanzialmente o sulla forza esplorativa di ricerca e di esiti della Ragione (della logica, del razionale, della scienza tout court) o sulla forza esplorativa di ricerca e di esiti del Sentimento dell’intuizione, dell’emozione, …). C’entrano il conscio e l’inconscio di Sigmund Freud e il principio del piacere e il principio del dolore ? Sono domande…
Ma, l’Uomo, in ogni tempo della sua Storia universale -per natura, misteriosamente, pregiudizialmente- ha avuto ed ha sempre bisogno di comprendere, capire. Vuole spiegarsi tutto (e se non ci riesce, vuole che qualcuno o qualcosa glielo spieghi, …): insomma, ha un imponderabile, improcrastinabile, irreversibile bisogno (urgenza, fame) di spiegazioni e di chiarezza, e quando non ci riesce, ricorre ad espedienti, a cose, a persone, ad animali, a fenomeni atmosferici…
Pertanto, ‘legge’ e ‘interpreta’, ‘capisce’ (?) fatti, eventi, accadimenti, situazioni, coincidenze; decifra e chiarisce (anche ad uso e consumo personale, non dovendo dare conto a nessuno di quel che pensa e di quel che fa, magari di nascosto…).
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Zia Letizia. A Spezzano Albanese ha vissuto, sino a qualche anno fa, una donna straordinaria per coerenza, serietà, serenità (nonostante le sventure della vita), appunto mia zia. Ebbene, tra le altre ‘virtù’ che possedeva, c’era anche quella di sfascinare, di togliere il malocchio a chi lo aveva addosso, per il quale soffriva più o meno intensamente, in svariati modi: dal mal di testa all’afflosciamento corporeo, ai sintomi della depressione, … E muartin sysh: ki besë, nani e shërojn u…
Ebbene, zia Letizia, chiedeva un ‘oggetto’ strettamente personale del soggetto afflitto (un anello, un fazzoletto, una penna,…); lo prendeva in un certo modo e lo teneva in mano; poi, chiudeva gli occhi e incominciava a sbadigliare, a contorcersi (senza esagerare), a ‘sentire’ addosso un fastidioso malore e a ‘sentirsi’ in qualche modo male: tutto questo accadeva mentre ella mormorava, farfugliava parole incomprensibili e lievemente stropicciava il viso dell’interessato (soprattutto gli occhi e dintorni)… Poi, dopo alcuni minuti trascorsi in rigoroso, ossequioso silenzio (quasi cadendo in deliquio) -tempo che sembrava lunghissimo non solo alla persona direttamente interessata, ma anche alle persone eventualmente astanti), zia Letizia restituiva l’oggetto -mentre sembrava un po’ stralunata e tornare da un altro mondo!- precisando non solo chi aveva fatto l’affascino: un uomo, una donna, vecchio, giovane…, ma pure quanto il malocchio fosse grave, pesante, terribile.
Ci spiegava, zia Letizia, che solo pochi potevano sfascinare. Questo ‘potere’ poteva essere ‘passato’, ‘trasmesso’ a qualcuno -se se lo meritava, avendone le dovute ‘doti’!- solo da parte di chi già lo possedeva e solo nella notte della Befana (o del Natale), rigorosamente soltanto in quella notte. Perché?
Perché, spiegava zia Letizia, tra il cinque e il sei gennaio di ogni anno, a mezzanotte, (o tra il ventiquattro e il venticinque di dicembre, a Natale, sempre a mezzanotte) le fontane non scorrono e non versano acqua ma olio o vino; gli animali parlano, ma è proibito andare ad origliare e ad ascoltare (si potrebbe persino morire!); i morti ‘ri-vivono’ e conversano tra di loro; …
Il fascino delle cose e dei fatti che ci raccontava zia Letizia ci meravigliava e ci sbalordiva sino allo smarrimento e ad una sorta, inconscia, di riverenza e di ossequio: era come trovarsi di fronte a una persona ‘più’, ‘diversa’, ‘superiore’, inavvicinabile e irraggiungibile, che suscitava rispetto e deferenza, e al contempo sgomento e timore. Intanto, come risultato dell’ ’intervento’, si registrava uno stato d’animo diverso, migliore, insomma, in qualche modo, l’interessato/a dichiarava di sentirsi bene, di non avere più nulla, di essere guarito/a. Un rito-ritmo di suggestione e di autosuggestione, quasi una forma lieve di ipnosi, che ricorda, complessivamente, l’azione istrionica dello sciamano…
Negli occhi, vispi, di zia Letizia non mancava mai qualche bagliore di ironia, qualche lampo di umorismo: ma, bisognava saperli cogliere, per capire e sorridere.
La stragrande maggioranza delle persone, però, non coglieva ed ella, sorniona, si beava, piamente, della credulaggine umana e della voglia delle tantissime persone di essere prese in giro, appunto ‘aggirate’ e ‘raggirate’, turlupinate, imbrogliate, ingannate, … Ma: -Duvi c’è gustu, uncè perdenzia!
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