Di infanzie (contaminate)

Il Natale è appena trascorso, resta un ultimo scorcio festivo, prima che la normalità riprenda il suo ritmo quotidiano ed in qualche modo rassicurante. Il primo gennaio per tutti è tempo di bilanci, aspettative, e buoni propositi. Come ogni anno mi riprometto, mentre sto per accendermi un’altra sigaretta, di smettere di fumare e dimagrire (pensando alla cena). E poi auguro a me stessa, alla mia famiglia, ai miei affetti semplicemente serenità.

Osservando un albero

L’anno scolastico per me è iniziato una settimana fa. Una telefonata improvvisa, una corsa in segreteria, tanti moduli da firmare (dove, per lo più, affermo sotto mia responsabilità che non ho processi penali in corso, carichi pendenti con la giustizia, e che insomma non sono né una spietata serial killer né un’affiliata a nessuna organizzazione criminale presente su territorio nazionale) ho preso servizio. Il tratto di strada dalla segreteria alla scuola che mi ospiterà per un po’ in questo autunno/inverno 2018/2019 (io stagionale come un abito di Armani) l’ho percorso con il cellulare incollato ai miei lobi: c’è la pupa da sistemare. E non ho i nonni a seguito. E allora parte il coordinamento con le maestre e la mamme di salvataggio, e le deleghe da firmare, ed ancora i nuovi orari del tram. Fra una telefonata e l’altra, un “Grazie” ed un “Non so come avrei fatto!!!”, arrivo a scuola.

Gli stivali

L’Estate non si vive, in essa si inciampa, quasi inconsapevolmente. Un po’ come la felicità non rincorsa, quella sulla quale non si lavora, che semplicemente accade. Capita, che essa arrivi senza il nostro impegno. Il caldo può sorprenderti, proprio come una metafora: dopo la pioggia torna sempre il sereno. Si può non essere pronti a questa improvvisa epifania di emozioni e sole. Praticamente non pronti. Ed infatti io mi aggiro per le strade di Lombardia si sbracciata ma con immancabili stivali.

Come quando ti cade un dente (e l’infanzia è passata da un po’)

Alla fine il mio dente “ballerino” è caduto. Verso altri lidi. Lontano dalla mia bocca e dal mio sorriso. Domani inizieranno le grandi manovre, ed il dentista mi restituirà la mia grazia. In questi giorni, il dente deficitario è proprio davanti, ho evitato di sorridere. Mi sono nascosta dietro l’eterno broncio di Brigitte Bardot, che fa sempre tanto… “sintomatico mistero”. Mio marito e mia figlia, con una certa ironia macabra, mi hanno dedicato una canzoncina che mia madre cantava a Ginevra: “Fammi crescere i denti davanti te ne prego bambino Gesù…” (Si sa, Gaber l’ha insegnato, la mamma è sempre un po’ democristiana…).

Fra Sanremo, febbre e denti che ballano

Si è appena conclusa la kermesse canora più famosa d’Italia: il festival di Sanremo. Io non l’ho seguito, o meglio l’ho seguito atipicamente: l’ho visto in replica il giorno dopo. Ho scoperto da un po’ che mia figlia, Ginevra, ha un’anima pop. Ha visto la pubblicità della gara canora e ne è stata subito conquistata. Siccome la sera dorme entro le 20.30 le ho fatto rivedere le puntate il giorno dopo. In ritardo di un giorno anche noi ci siamo sanremizzate. A mia figlia è piaciuta Annalisa (ca vans sa dire dato i gusti musicali che sta sviluppando, con mia buona pace) e Avitabile (Però!).

Ecco perché non ti ho mai chiamAuguri Ginevra

La vita pur nella sua contraddittoria complessità molte volte si alimenta di semplice regole, o se vogliamo ”verità”, una di queste è il diritto all’infanzia. Non sempre però esso è garantito. Troppe infanzie vengono negate, se pur in modo diverso: dalla negazione della stessa sostituita dal lavoro, alle morti violente causate, la malattia, le guerre, le perdite. In un contesto normale, o percepito come tale, altre possono essere delle violazioni dell’infanzia, che se pur meno tragiche di quelle appena citate, hanno il loro peso.

Io, Sally

Sally è la mia amica egiziana. È una mamma che ho conosciuto all’asilo frequentato da mia figlia. Sally è di fede musulmana, io sono atea. Sally parla poco, ma bene, l’italiano, io poco e male l’inglese. Sally è velata, io, per lo più, scollata, anche in terra di Lombardia e anche in Autunno. Sally non si trucca, io senza trucco mi sentirei nuda. Io e Sally passiamo i nostri pomeriggi, con rispettiva prole, al parco, e, a volte, andiamo a prenderci un aperitivo: succo per lei, birra per me. Io e Sally, malgrado i problemi linguistici, ci capiamo, parliamo un assurdo gramlot fra inglese ed italiano.

Io, Ginevra e il sistema

Anche in terra di Lombardia esistono delle domeniche autunnali bellissime, in cui il sole di questa splendida stagione sembra volerti abbracciare. E’ un peccato, anche per la mia proverbiale pigrizia, starsene a casa. Soprattutto se in un momento di infinita vanità ci si è dedicati ad un trucco perfetto, quasi da settimana della moda (giusto per restare in tema con il capoluogo lombardo) e non volendo sembrare ai miei stessi occhi il protagonista de “l’inquilino del terzo piano” di Polanski (uomo si vestiva da donna, curando i minimi particolari di trucco e parrucco per poi restarsene a casa, o al massimo andare al parco a schiaffeggiare bambini), amo i disadattati ma non sempre mi piace essere una di loro, mi sono decisa ad uscire, con prole a seguito. C’era una specie di festa, tipo un rodeo texano, e stand, e gente, e innumerevoli bimbi, e Ginevra urlante, concitata, bellissima, felice.

Le opinioni di un donna più che trafelata

Più che trafelata sono indignata, più che indignata sono sgomenta, più che sgomenta sono atterrita. E’ successo ancora: una donna, una giovane donna, una ragazzina di sedici anni è stata uccisa da chi diceva di amarla. Il termine “fidanzatino” mi è odioso, fa pensare a Prèvert, rimanda alla tenerezza e alla magia del primo amore, rimanda ad un sogno idilliaco e romantico, ma niente mai di romantico potrà esserci nella violenza. Ora, come sempre, come troppo spesso succede, nei vari talk, così come nelle strade e nei bar, tutti giuristi dell’ultima ora, tutti novelli Cesare Beccaria a discorrere, banalmente, “dei delitti e delle pene”. La folla addita “il mostro”, quella stessa folla che farebbe bene a stare a casa propria. Perché quel “mostro” così come la vittima sono i nostri figli. Figli di una cultura ancora patriarcale e maschilista, dove la parità di genere sembra essere un privilegio per signore borghesi dell’alta società.

Ginevra e Mia

Ginevra e Mia sono due bimbe di tre anni e mezzo l’una, di non ancora tre l’altra. Ginevra e Mia sono amiche, come si può esserlo a quell’età: un misto di opportunismo e entusiasmo e tenerezza e rabbia definisce il loro legame. Ginevra e Mia sembrano voler dare ragione ad Oscar Wilde: “Le donne si chiamano sorellina solo dopo essersi chiamate in tanti altri modi”. Ginevra e Mia potrebbero scatenare l’inferno per una bambola ambita da entrambe, anche se attorno a loro ci sono altri tremila giocattoli. Ginevra e Mia non stanno mai ferme o zitte. Si abbracciano, ballano assieme, cantano, litigano, e poi si riabbracciano, tutto nello stesso istante. Uscire con Ginevra e Mia è divertente e stancante: è un marasma di emozioni e crisi mammesche. Ginevra e Mia cresceranno, e forse saranno ancora amiche.

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