Luigia Sanfelice, un'eroina d'altri tempi

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Luigia Sanfelice, un'eroina d'altri tempi

La storia che sto per raccontare riguarda una donna che per amore salì sul patibolo, è una storia d’altri tempi ma che forse potrebbe verificarsi ancora oggi perché l’amore non ha confini né spaziali né temporali. Luigia era una donna vissuta alla fine del Settecento durante la rivoluzione napoletana. Era una giovane molto bella, innamorata di un giovane ufficiale della milizia civile ma amata anche da un ufficiale borbonico, il capitano Baker, che insieme al fratello e ad altri complici aveva preparato una congiura per abbattere la repubblica e arrestare gli esponenti più in vista della stessa.

Attraverso messaggi segreti avevano concordato con la regia, che si trovava a Palermo, un attacco via mare con sparo di cannonate verso la città da parte della flotta inglese durante un giorno di festa, quando la gente è più rilassata per creare il caos e per fare accorrere la guardia civile verso i forti e verso il porto, lasciando sguarnita la città. In questo modo avrebbero avuto la possibilità di sollevare il popolo e conquistare il potere, soddisfacendo così la sete di vendetta e di potere.
Poiché in tutte le famiglie c’erano partigiani dell’una e l’altra fazione, furono stampati dei biglietti salvacondotto da distribuire ai seguaci dei Borbone. Uno di questi biglietti fu regalato dal capitano Baker a Luigia di cui era innamorato. La ragazza, temendo per la vita del suo innamorato (secondo lei, essendo ufficiale della milizia e fervente partigiano della repubblica, era una delle vittime designate della congiura), decide di fargli dono del salvacondotto. Il giovane si chiamava Ferri, il quale ricevuto il biglietto e conosciuto il contenuto dello stesso andò a denunciare il fatto raccontando per filo e per segno tutto ciò che sapeva, orgoglioso di salvare la repubblica. La Sanfelice, convocata dai giudici per essere interrogata sulla vicenda, pur rossa di vergogna per gli amori svelati, per la denuncia e per il castigo che incombeva, raccontò tutto ciò che sapeva, tenendo nascosto però il nome di colui che le aveva dato il biglietto, sperando nella bontà dei giudici e protestando con virile forza che preferiva morire piuttosto che tradire l’amico che voleva salvarla. Ma dal cartello fu facile risalire agli autori della congiura che furono rinchiusi nelle patrie galere.
La Sanfelice, timorosa del pubblico vituperio, attendeva la decisione del tribunale quando si sentì appellata salvatrice della repubblica e madre della patria. Ma i guai della giovane non erano finiti perché, sconfitta la rivoluzione ad opera del Cardinale Ruffo, fu richiamata in giudizio dal sopraggiunto governo, processata e condannata a morte. La sentenza fu sospesa per il fatto che la ragazza dichiarò di essere incinta, sottoposta a visita, i medici confermarono lo stato della Sanfelice, ma il re da Palermo, non avendo ancora fatto ritorno a Napoli, ordinò che fosse trasferita a Palermo per essere visitata dai medici della corte. I risultati furono gli stessi, ma non sopraggiunse il perdono, anzi fu fatta rinchiudere in un carcere in attesa che nascesse il figlio per poi il giorno seguente eseguire la sentenza.
Finiva in questo modo tragico la storia della giovane che per amore fu coinvolta in una vicenda più grande di lei.

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