Don Ferdinando Guaglianone: Miles Papae!

0
0
0
s2smodern
Seguici
powered by social2s

Nel tratteggiare la figura di Don Ferdinando Guaglianone, arciprete primicerio di Spezzano Albanese, deceduto il 7 febbraio 1927, all'età di 84 anni, l'avv. Ferdinando Cassiani, (vedi Biografia - un intransigente del 1928) utilizzò la scena del tragico personaggio Zoliano del Cardinale Boccanera (vedi- Romanzo - Roma di Emile Zola) morente, che, pur di non cedere alle nuove idee illuministiche e razionalistiche che avanzavano inesorabilmente, anche, all'interno della Chiesa, era pronto ad affossare la religione cattolica. Un'immagine fortemente drammatica e nello stesso tempo bizzarra, adoperata con grande maestria ed efficacia dallo storico arbëresh per descrivere l'anacroniostica personalità del compaesano prelato il cui giudizio fu alterato certamente dalle incrostazioni politico-ideologiche del tempo.

Appartenente ad una delle famiglie più in vista della borghesia spezzanese, Don Ferdinando Guaglianone fu un intellettuale cattolico militante, schierato in difesa della Curia Romana in aperta contrapposizione alla rivoluzione italiana, rea di aver decretato la fine del millenario potere temporale della Chiesa. In effetti, durante “la Questione Romana”, dalle colonne della rivista “Civiltà Cattolica”, fondata a Napoli dai Gesuiti, polemizzò con fermezza contro il Risorgimento ed il Nuovo Stato unitario, ritenendoli l'incarnazione di certi “errori del secolo” (sillabo) nei cui confronti lo stesso Pio IX, nel 1864, pronunciò una condanna definitiva del principio di neutralità religiosa (laicità) dello stato, la sovranità popolare, la libertà di opinione e di stampa; la subordinazione della Chiesa allo Stato, attraverso l'Enciclica “Quanta Cura”, nonché contestando tutti i temi del liberalismo democratico.
È di palmare evidenza che il Guaglianone, scrivendo sull'anzidetta autorevole rivista, all'epoca, “Organo della Santa Sede”, oltre che “covo dell'intransigentismo italiano”, fu certamente un “ Intransigente organico” nell'accezione politica-gramsciana del termine, poiché facente parte di quel movimento riconducibile alle posizioni di Pio IX ed il Segretario di Stato della Santa Sede, Giacono Antonelli, che appunto rifiutavano ogni compromesso, transazione, mediazione o accordo con lo Stato liberale e la sua classe dirigente, responsabile di aver usurpato i beni ed il dominio della Chiesa. Ideologicamente essi aderirono ai principi del “Sillabo” di Pio IX, rifiutando ogni tentativo di conciliazione tra Cattolicesimo e Liberalismo il cui conflitto aveva radici molto più lontane nel tempo, derivanti dalla “reazione cattolica” alla “modernità”, espressione diretta delle idee illuministe e razionaliste che misero in discussione la secolare alleanza Trono-Altare su cui si basava l'ancien regime.
La posizione degli intransigenti (compreso quella di Don Ferdinando Guaglianone) fu quella di difendere il Papa senza discussione (vedi Elogio funebre di Pio Nono il Grande del 1878), ritenendo che la sovranità temporale della Santa Sede fosse indispensabile al libero esercizio dell'autorità apostolica, che, altrimenti, aderendo all'ambigua formula cavouriana “libera chiesa in libero stato” avrebbe trasformato il Papa da Sovrano in mero “Capellano dei Savoia”.
Sennonché, dopo la “Breccia di Porta Pia” e la “legge delle Guarantigie”, all'interno della Chiesa, essendosi ulteriormente irrigiditi i rapporti con il neo Stato Sabaudo, si rafforzò la posizione degli intransigenti (in danno dei cattolici-liberali), i quali, pur non partecipando alla vita politica attiva, nel rispetto del principio “né eletti né elettori” e soprattutto del divieto “non expedit” pontificio, mutarono strategia. Da una iniziale posizione velleitaria ed inconsistente, basata sullo slogan “protestare ed aspettare” si diede vita ad una azione più aggressiva, reagendo al tentativo di costruzione di uno stato italiano, fondato esclusivamente sui principi del “laissez faire”, promosso dall'elite liberal-borghese che guidava il paese. La reazione consistette nell'aprirsi alla “società civile”, costituendo varie e molteplici associazione che nel 1874 si riunirono nell'Opera dei Congressi e dei Comitati Cattolici. Soprattutto si impegnarono in una forte azione sociale (associazioni di volontariato, società di mutuo soccorso - casse rurali e quant'altro), mettendo in risalto le contraddizioni e le inefficienze delle strutture sociali ed economiche del nuovo stato unitario. Tale critica alla società liberale da parte degli intransigenti, che, a contatto con il paese reale e, lontano dalla retorica risorgimentale, riuscirono ad evidenziare i limiti del liberismo, il sorgere di nuove e radicali forme di povertà, private da ogni assistenza e lasciate ai margini della società da una mentalità priva di ogni attenzione ai deboli e ai poveri, che produssero significativi contraccolpi nelle successive scelte politiche.
Del sopradescritto periodo, coincidente con la sua permanenza a Napoli, il Guaglianone fu certamente un attore di primo piano che dovette, tuttavia, congedarsi ben presto da quel contesto per lui congeniale, non essendo più funzionale agli interessi della Santa Sede, a seguito del mutamento del quadro politico generale.
Difatti, già con la pubblicazione dell'Enciclica “Rerum Novarum” di papa Leone XIII, si attivò un processo di avvicinamento e collaborazione tra liberali e cattolici in funzione antisocialista, nonché del movimento operaio che, dopo il progresso industriale di quegli anni, aveva allargato in modo significativo il proprio consenso.
Don Guaglianone, intuendo il clima mutato, ubbidì al suo ritorno a Spezzano Albanese, dopo aver ricoperto il ruolo di Rettore del Seminario di Rossano offertogli dal Vescovo dell'Olio, suo amico, estimatore e protettore.
L'arciprete Spezzanese visse, dunque, in tempi difficili e complessi, non appartenendo a quella categoria di “uomini per tutte le stagioni” per cui di conseguenza dovette patire le ostilità delle consorterie liberal-risorgimentali della seconda metà del XIX secolo e dei primi del XX secolo.
Non vi è chi non vede dalla disamina dei suoi scritti, la sua profonda convinzione della validità e superiorità di una società cristiana, rigidamente gerarchica, romanocentrica, imperniata intorno alla devozione al Papa (principio d'infallibilità concilio vaticano I), fortemente ultramontanista. Per cui la Chiesa gerarchica, intesa come societas perfecta, rappresentava per lui un modello non solo di un’organizzazione religiosa, ma anche l’espressione di un’istituzione capace di resistere, sorretta dalla Provvidenza agli assalti del male, identificato con il mondo moderno. In tale prospettiva risaltava decisamente la figura del Papa, che non era solo il capo visibile della Chiesa, ma anche il sovrano dello Stato pontificio. Per cui Don Ferdinando, fedele al Papa, si considerava un esecutore autentico, sincero e sicuro delle sue direttive, alle quali intendeva offrire il proprio servigio come un soldato. Essere miles Papae rappresentò la missione dell'intellettuale arbëresh, nonché il leitmotiv di tutta la sua esistenza.
Per cui, Don Ferdinando Guaglianone deve collocarsi fra quegli attori protagonisti di quella storia della cultura italiana, rappresentata dalla frattura che ha lacerato la nazione italiana alle origini del processo della sua unificazione politica, ovvero il conflitto fra la Chiesa cattolica e il movimento risorgimentale nelle sue diverse espressioni, ove gli allora sconfitti, hanno profeticamente anticipato e individuato i motivi della mancanza di quell’identità nazionale di cui oggi si discute a proposito della morte della patria.
Di conseguenza, approfondire la figura dell'arciprete Guaglianone junior non può certo che apportare dei benefici a chiarire la ricostruzione dell'identità nazionale italiana.

© Riproduzione riservata
0
0
0
s2smodern
Altro in questa categoria: « L'Italietta delle... meraviglie
Torna in alto

Sport

Editoriali

Rubriche

Informazioni

Partners