Quando i processi di cambiamento partono da preti coraggiosi

  • Un anno con don Francesco Savino - Vescovo di Cassano

Ci sono posti, nel mondo, geograficamente “sperduti” eppure pieni di vita. Una vita propulsiva che genera coscienze forti, capaci di cambiare il corso delle cose e, a volte, il Mondo. La storia ci insegna come i grandi cambiamenti abbiano avuto origine da processi lenti ma costanti, che tanto ricordano l'antica melodia latina del “gutta cavat lapidem”. E così, l'umanità, attraverso il flusso del suo tempo, ha scritto pagine di storia che, da sempre, vengono studiate sui banchi di scuola. E spesso (ma non sempre) la penna che imprime l'inchiostro sulla carta del tempo è tenuta in mano da “maledetti inconsapevoli”, incapaci di immaginare le ripercussioni future di certe azioni (negative o positive che siano). A volte accade anche che «Tutti sanno che una cosa è impossibile da realizzare, finché arriva uno sprovveduto che non lo sa e la inventa» (Albert Einstein) con tutto quanto ne consegue. Ad averne di tali sprovveduti per cambiare seriamente le cose, ma non è facile! C'è, però, da un anno a questa parte, qualcosa che, in tal senso, si muove con coraggiosa sfrontatezza.

Siamo a Cassano allo Jonio, terra di frontiera e di ricchezza, perla di cultura e crocevia di tradizioni che si susseguono e si inseguono, dove un Uomo, Prete, Vescovo sta cucendo e intrecciando un nuovo tessuto sociale, in tutta la sua Diocesi, facendosi “popolo”. Lui è don Francesco Savino, di Bitonto (BA), da 365 giorni Vescovo in questa Terra da rivoltare, rivoluzionare, rimodellare... Entra da subito in contatto con la gente e con essa intreccia legami forti perché, come dice lui stesso, «ogni persona è una risorsa e non è mai un problema». Da qui la riforma assume contorni chiari, perché don Savino è uno che ti entra dentro, ti scruta e ti analizza, comprende il tuo cuore e ti sconvolge presentandoti la lastra della tua anima e della tua mente, con lucida consapevolezza. Capisce il tuo IO dallo sguardo e si mette al servizio dell'Uomo, dalla parte degli ultimi, seguendo felicemente l'esempio di Cristo, dando se stesso con gioia. Don Francesco è un sessantottino convinto, uno che la lotta la conosce davvero avendola vissuta in prima linea, militando nella sinistra, combattendo per i diritti dei più. Un prete che, in una parola, possiamo definire (per stare al passo coi tempi senza timore di essere fraintesi) cazzuto nel vero senso del termine. Uno che con grande carisma, in un tempo divenuto quasi di una noia mortale a causa della banalità che sottende allo sviluppo delle nuove generazioni, esprime concetti profondi concludendo, con geniale ironia, “però mi è venuto bene!”. Insomma, una intelligenza capace di cambiarti, in meglio, la vita, anche sconvolgendotela, donandoti. Sì, perché don Savino in questo suo anno a Cassano non si è mai risparmiato, combattendo battaglie a fianco dei lavoratori come nel caso dell'opificio Italcementi di Castrovillari, quando era disposto ad incatenarsi con gli operai al freddo e al gelo delle notti ai piedi del Pollino. O quando si è messo al fianco dei medici dell'ospedale castrovillarese, o ancora quando si è schierato contro le trivelle nello Jonio aprendo le porte ai migranti. Un prete dalla parte del “camminare insieme non per occupare spazi ma per attivare processi di cambiamento”. Una missione, la sua, che tocca costantemente tutti gli aspetti del sociale vivendo direttamente le esperienze con le persone. Un prete scomodo, che non gira lo sguardo dall'altro lato ma, anzi, che approfondisce la questione andando direttamente al nocciolo. Uno, insomma, che in questo territorio aspettavamo davvero da una vita.
Oggi ricorre il primo anniversario, che sarà festeggiato nella Basilica cassanese in mezzo alla sua gente. Gli abbiamo strappato una dichiarazione sul bilancio di questo primo anno che sinteticamente ha definito “denso di incontri”.
«Mi son fatto popolo -ha commentato-, sono entrato in relazione con la gente, volto e rivolto nei confronti dei tanti volti che ho incontrato. La prima parola è gratitudine: a chi mi ha voluto vescovo, a tutte le persone che ho incontrato, perché per me ogni persona è una risorsa e non è mai un problema. Gratitudine a Dio perché la gioia che provo è quando faccio la Sua volontà. Alla parola Gratitudine faccio seguire un'altra parola molto importante: Cultura. Dobbiamo fare una rivoluzione culturale, mentale nella Calabria. E la Chiesa, con il vescovo di Cassano allo Jonio, vuole fare la sua parte. Voglio attivare processi di cambiamento, soprattutto culturale, perché c'è un bel futuro per la Calabria se passiamo dalla cultura della sudditanza, dalla cultura dei cappelli in mano, dalla cultura dell'omertà, alla cultura della partecipazione, della corresponsabilità, alla cultura dei diritti. Terza parola, Cassano ha bisogno soprattutto della Condivisione della solidarietà, partendo dagli ultimi. Se mettiamo gli ultimi al centro, le pietre scartate, gli avanzi, diventano pietre angolari. Allora il riscatto e l'emancipazione partono sempre dalla nostra capacità di ridare agli ultimi la possibilità di iniziare un cammino di liberazione. Perché sugli ultimi (immigrati, impoveriti, gli schiavi del caporalato, tutti gli ultimi che ho incontrato, anche disoccupati), loro meritano di diventare la pietra angolare da cui partire per costruire un'altra Calabria». Circa il suo credo sulla sussidiarietà verticale e sul nuovo umanesimo afferma: «Mi sto muovendo come vescovo sempre seguendo la sussidiarietà verticale con le istituzioni, rispettandole, ma mi sono mosso anche attraverso la sussidiarietà circolare e orizzontale, cercando di valorizzare e di interagire con tutte le associazioni al di là delle appartenenze. E poi l'Umanesimo che deve diventare umanità redenta, gli uomini e le donne devono diventare protagonisti di se stessi, senza sentirsi sempre e comunque destinatari dell'assistenzialismo, per cui il nuovo umanesimo parte dal diventare protagonisti. Questi concetti non solo hanno trovato spazio ma ci lavorerò “con”, che è una preposizione che mi piace molto. Camminare insieme, insieme per camminare alla sequela del Cristo sul passo degli ultimi».
Tanti cari auguri don Francè!

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