Schoha a ciasuno la sua memoria

Ogni anno, in occasione della consueta “celebrazione” delle vittime e dei superstiti del nazi/fascismo, tutti o quasi tutti accomunati nella “Giornata della memoria” stabilita per il 27 gennaio, mi sono reso conto che ad appena 15 giorni di distanza, il 10 febbraio appunto, una analoga cerimonia denominata “Giornata del ricordo” viene parimenti ripetuta, per onorare la memoria di un’altra categoria di vittime: quelle che finirono nelle foibe Jugoslave del Maresciallo Tito, capo di un regime che in quanto a nefandezze poco o nulla aveva da apprendere dal suo omologo tedesco.
Prescindendo dal numero delle vittime che, come è facile intuire, propende chiaramente a favore degli appartenenti alla stirpe di Davide già confinati, (pressoché) recintati nello Stato di Israele, mal sopportati da tutti gli Stati confinanti di matrice araba e di religione mussulmana, sfociato nello sterminio nazi/fascista durante il secondo conflitto mondiale, avrebbe dovuto insegnare che non è con la soppressione fisica del diverso per storia, lingua, religione etc. che si possono risolvere problemi di convivenza. In tal senso, dopo una guerra, (la seconda mondiale), scatenata, in primis per motivi politici, economici, e religiosi, presto trasformatasi in una autentica strage di innocenti, sarebbe stato più logico istituire una unica giornata da dedicare a tutte le vittime del conflitto accomunando il ricordo in un’unica manifestazione.
Italiani, tedeschi, slavi, cattolici, ebrei, musulmani, contribuiscono a formare un caleidoscopio di etnie che nel 1945 si concessero una tregua armata per leccarsi le ferite, ma sempre pronti a riprendere lo sterminio di se stessi. Primo atto di questa tregua, la celebrazione separata delle vittime. Una sottolineatura che certifica l’esistenza di vittime di serie “A” e vittime di serie “B”. L’esistenza della dicotomia emerge ancor più drammaticamente a partire dall’anno 2000, quando il ricordo Shoah venne riversata anche nelle scuole ove la celebrazione viene utilizzata in particolar modo per educare le nuove generazioni alla tolleranza e alla convivenza civile e democratica. L’epoca dei totalitarismi è, per fortuna retaggio di un passato, al momento fortunatamente sopita che non può e non deve ri-affacciarsi nelle coscienze, nelle menti e nei comportamenti dei popoli e dei rispettivi governanti.
Proprio per questo le varie celebrazioni devono avere il carattere della spontaneità e del coinvolgimento a tutti i livelli dei rappresentanti istituzionali, senza alcuna discriminante riferita ad una assurda “certificazione” fra chi ha sofferto di più e chi meno perché non esiste e non può esistere una classificazione del dolore, sia esso fisico o morale, familiare o personale. E poi in tema di dolore pochi commenti si possono fare. Basta leggere questo numero: 5.919.482:
(cinquemilioninovecentodiciannovemilaquattrocentottantadue): Sono le vittime complessivamente eliminate dai tedeschi, fra cui quelle bruciate vive nei forni crematori. Di fronte ad una tale cifra non vi è nulla da commentare. In tal senso duole dover constatare che a tutt’oggi vi siano vittime considerate di serie “A” (queste appena ricordate, in buona parte provenienti dai diversi campi di concentramento quali Auschwitz, Bergen Belsen, Breitenau, Buchenwald, Dachau, per il cui ricordo è stata giustamente istituita la “giornata della memoria” e le tante altre, pressoché dimenticate per circa mezzo secolo, vittime del totalitarismo jugoslavo di matrice ideologica contrapposta.
Stranamente, le vittime del nazifascismo per antonomasia sono quelle incappate nei lager nazisti. Nessuno si è accorto, e perciò, forse, nessuno si è ricordato che c’erano altri cadaveri che aspettavano un analogo gesto di umana pietà, dopo essere stati buttati vivi nelle foibe carsiche dai partigiani del maresciallo Tito, versione speculare dei nazi/fascisti di Hitler e Mussolini. La dimenticanza macroscopica venne alfine colmata istituendo con legge n° 92 del 30 marzo 2004, la cosiddetta “giornata del ricordo”, da celebrarsi ogni anno il giorno 10 febbraio e riservato, appunto, alle vittime delle foibe, «…al fine di conservare… dice la legge istitutiva … e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale…». La separazione delle due manifestazioni resta, a mio avviso, artificiosa, ingiusta, discriminatoria, trattandosi di un ricordo tardivo che non fa che perpetuare analoghe discriminanti fra le vittime delle scelleratezze di matrice nazi/fascista rispetto alle analoghe pazzie di matrice comunista. Credo che per spezzare definitivamente questa autentica “congiura del silenzio” sarebbe stato più corretto, ai fini anche di una più duratura pacificazione nazionale post bellica, accomunare in un’unica celebrazione tutte le vittime di un conflitto mondiale originato da due presupposti assurdi quali furono quello della superiorità razziale da una parte, contrapposto a quello ideologico di matrice comunista dall’altra.
Sarebbe stato più logico valorizzare la celebrazione del 27 gennaio accomunando tute le vittime anche per un altro motivo: la giornata della memoria si celebra in pompa magna con un dispiegamento mediatico invidiabile, mentre l’omologa circostanza calendarizzata il 10 febbraio si svolge in sordina, come se dovesse trattarsi di vittime di serie “B”. In verità, la pacificazione post bellica non è tutt’ora avvenuta nelle coscienze, perché forse ognuno dei protagonisti di allora non ha metabolizzato fino in fondo gli eventi che ha causato, ritenendosi sconfitto in una battaglia, ma non ritenendo ancora persa la guerra. Questo perché ogni ideologia, sia di destra che di sinistra, in quanto tale non accetta le proprie colpe. Si tratta di posizioni integraliste, simili a quelle di stampo religioso che non ammettono errori ritenendosi guidati dalla divinità. Se così dovesse essere, potrebbe succedere che l’umanità, prima o poi potrebbe essere nuovamente coinvolta in un immane lago di sangue e questa volta senza ritorno. Non a caso è stato detto che un nuovo conflitto mondiale riporterebbe l’uomo all’età della pietra, uno stadio che permetterebbe ancora lo scontro fra superstiti, ma soltanto a colpi di pietra.
Ogni anno, in occasione della consueta “celebrazione” delle vittime e dei superstiti del nazi/fascismo, tutti o quasi tutti accomunati nella “Giornata della memoria” stabilita per il 27 gennaio, mi sono reso conto che ad appena 15 giorni di distanza, il 10 febbraio appunto, una analoga cerimonia denominata “Giornata del ricordo” viene parimenti ripetuta, per onorare la memoria di un’altra categoria di vittime: quelle che finirono nelle foibe Jugoslave del Maresciallo Tito, capo di un regime che in quanto a nefandezze poco o nulla aveva da apprendere dal suo omologo tedesco. Prescindendo dal numero delle vittime che, come è facile intuire, propende chiaramente a favore degli appartenenti alla stirpe di Davide già confinati, (pressoché) recintati nello Stato di Israele, mal sopportati da tutti gli Stati confinanti di matrice araba e di religione mussulmana, sfociato nello sterminio nazi/fascista durante il secondo conflitto mondiale, avrebbe dovuto insegnare che non è con la soppressione fisica del diverso per storia, lingua, religione etc. che si possono risolvere problemi di convivenza. In tal senso, dopo una guerra, (la seconda mondiale), scatenata, in primis per motivi politici, economici, e religiosi, presto trasformatasi in una autentica strage di innocenti, sarebbe stato più logico istituire una unica giornata da dedicare a tutte le vittime del conflitto accomunando il ricordo in un’unica manifestazione.
Italiani, tedeschi, slavi, cattolici, ebrei, musulmani, contribuiscono a formare un caleidoscopio di etnie che nel 1945 si concessero una tregua armata per leccarsi le ferite, ma sempre pronti a riprendere lo sterminio di se stessi. Primo atto di questa tregua, la celebrazione separata delle vittime. Una sottolineatura che certifica l’esistenza di vittime di serie “A” e vittime di serie “B”. L’esistenza della dicotomia emerge ancor più drammaticamente a partire dall’anno 2000, quando il ricordo Shoah venne riversata anche nelle scuole ove la celebrazione viene utilizzata in particolar modo per educare le nuove generazioni alla tolleranza e alla convivenza civile e democratica. L’epoca dei totalitarismi è, per fortuna retaggio di un passato, al momento fortunatamente sopita che non può e non deve ri-affacciarsi nelle coscienze, nelle menti e nei comportamenti dei popoli e dei rispettivi governanti.
Proprio per questo le varie celebrazioni devono avere il carattere della spontaneità e del coinvolgimento a tutti i livelli dei rappresentanti istituzionali, senza alcuna discriminante riferita ad una assurda “certificazione” fra chi ha sofferto di più e chi meno perché non esiste e non può esistere una classificazione del dolore, sia esso fisico o morale, familiare o personale. E poi in tema di dolore pochi commenti si possono fare. Basta leggere questo numero: 5.919.482:
(cinquemilioninovecentodiciannovemilaquattrocentottantadue): Sono le vittime complessivamente eliminate dai tedeschi, fra cui quelle bruciate vive nei forni crematori. Di fronte ad una tale cifra non vi è nulla da commentare. In tal senso duole dover constatare che a tutt’oggi vi siano vittime considerate di serie “A” (queste appena ricordate, in buona parte provenienti dai diversi campi di concentramento quali Auschwitz, Bergen Belsen, Breitenau, Buchenwald, Dachau, per il cui ricordo è stata giustamente istituita la “giornata della memoria” e le tante altre, pressoché dimenticate per circa mezzo secolo, vittime del totalitarismo jugoslavo di matrice ideologica contrapposta.
Stranamente, le vittime del nazifascismo per antonomasia sono quelle incappate nei lager nazisti. Nessuno si è accorto, e perciò, forse, nessuno si è ricordato che c’erano altri cadaveri che aspettavano un analogo gesto di umana pietà, dopo essere stati buttati vivi nelle foibe carsiche dai partigiani del maresciallo Tito, versione speculare dei nazi/fascisti di Hitler e Mussolini. La dimenticanza macroscopica venne alfine colmata istituendo con legge n° 92 del 30 marzo 2004, la cosiddetta “giornata del ricordo”, da celebrarsi ogni anno il giorno 10 febbraio e riservato, appunto, alle vittime delle foibe, «…al fine di conservare… dice la legge istitutiva … e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale…». La separazione delle due manifestazioni resta, a mio avviso, artificiosa, ingiusta, discriminatoria, trattandosi di un ricordo tardivo che non fa che perpetuare analoghe discriminanti fra le vittime delle scelleratezze di matrice nazi/fascista rispetto alle analoghe pazzie di matrice comunista. Credo che per spezzare definitivamente questa autentica “congiura del silenzio” sarebbe stato più corretto, ai fini anche di una più duratura pacificazione nazionale post bellica, accomunare in un’unica celebrazione tutte le vittime di un conflitto mondiale originato da due presupposti assurdi quali furono quello della superiorità razziale da una parte, contrapposto a quello ideologico di matrice comunista dall’altra.
Sarebbe stato più logico valorizzare la celebrazione del 27 gennaio accomunando tute le vittime anche per un altro motivo: la giornata della memoria si celebra in pompa magna con un dispiegamento mediatico invidiabile, mentre l’omologa circostanza calendarizzata il 10 febbraio si svolge in sordina, come se dovesse trattarsi di vittime di serie “B”. In verità, la pacificazione post bellica non è tutt’ora avvenuta nelle coscienze, perché forse ognuno dei protagonisti di allora non ha metabolizzato fino in fondo gli eventi che ha causato, ritenendosi sconfitto in una battaglia, ma non ritenendo ancora persa la guerra. Questo perché ogni ideologia, sia di destra che di sinistra, in quanto tale non accetta le proprie colpe. Si tratta di posizioni integraliste, simili a quelle di stampo religioso che non ammettono errori ritenendosi guidati dalla divinità. Se così dovesse essere, potrebbe succedere che l’umanità, prima o poi potrebbe essere nuovamente coinvolta in un immane lago di sangue e questa volta senza ritorno. Non a caso è stato detto che un nuovo conflitto mondiale riporterebbe l’uomo all’età della pietra, uno stadio che permetterebbe ancora lo scontro fra superstiti, ma soltanto a colpi di pietra.
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