Eredità di pensiero

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L’intelligenza, la cultura, la lungimiranza di una persona non si misurano soltanto dalle azioni, dai comportamenti, dai rapporti interpersonali che ha saputo esprimere nel corso della sua via terrena.
A volte una vita spesa per la cultura, la società, il bene comune, che però si conclude tristemente con una morte priva di eredi -specie se consanguinei- che possano raccogliere in qualche modo il testimone e proseguirne l’opera, causa trafugamenti più o meno mascherati come vendita che sortiscono il solo effetto di provocare smembramenti rovinosi.
È spesso così che un patrimonio di conoscenze, ritrovato, salvato, catalogato con certosina pazienza, nascosto anche alla fruizione di un più vasto pubblico ritenuto, spesso più o meno giustamente, incapace di poterne comprendere appieno il valore culturale, con la dipartita del detentore, si disperde al vento. Sciacalli che si interessano ai soli aspetti venali, vengono in possesso di documenti preziosi. Questo avviene principalmente perché chi aveva speso la vita e gli averi a ricomporre una parte di storia comune, non è stato altrettanto lungimirante nel preservare il proprio lavoro per i tempi a venire. Un appassionato ricercatore e salvatore della cultura di un popolo in vita, si dimostra del tutto incapace a garantirne la salvezza post mortem.
Questo principalmente perché la sua cultura è stata pari al suo egoismo ed è solamente vissuto senza accorgersi di dover morire. Ha scritto, conservato, salvato, catalogato, ma non ha creato alcun legame con la società del suo tempo, forse perché, immerso nelle carte si considerava fuori dal tempo. Ma così facendo, più che la figura dello studioso ha ricoperto quella del misantropo, auto collocandosi in un empireo che lo separava volutamente da quelli che egli riteneva comuni mortali.
A volte chiuso nel suo eremo, ha pontificato tanto da essere scambiato per un faro di civiltà già prima di lasciare questo mondo. E quando la morte si impadronì delle sue spoglie mortali, lo fece senza concedergli un giorno in più perché potesse decidere il destino che il suo lavoro meritava. La sua cultura era stata pari al suo egoismo. Da quelle carte che aveva salvato, non seppe mai staccarsi, impedendo così che altri raccogliessero il testimone. Rinviò sempre una decisione alla fine indifferibile, incapace di credere che il suo lavoro potesse continuare a vivere senza il suo “creatore”. Non pensò mai di stabilire, finché era in tempo, la destinazione d’uso del proprio lavoro, essendo sicuramente cosciente del fatto che è proprio in casa il luogo più pericoloso per conservare un tesoro fatto di carta, magari perché gli eredi naturali se ne disfano facilmente.
I documenti storici non si conservano in casa, ma nei luoghi istituzionali per eccellenza: una biblioteca pubblica, una fondazione giuridicamente legata alla promozione del patrimonio che garantisca la consultazione e lo studio nei secoli a venire.
Nel nostro piccolo ambiente, duole doverlo ammettere, non sono mancati, anche di recente, esempi luminosi di personalità riconosciute, detentori di autentici tesori, cultori e studiosi delle origini etniche di popoli migranti che si sono portati dietro ciò che di più caro potevano avere: Documenti, trattati, opere letterarie, o anche un semplice transunto, una lacera pergamena, una preziosa cronotassi.
Stanze, scaffali, armadi stracolmi di autentiche perle che giacciono ormai da tempo, abbandonate, dimenticate, inutilizzate, a cui viene impedito di trasmettere ai nuovi utenti quelle emozioni che attraversano le mani per raggiungere i cuori: sola modalità capace di dare sempre nuova vita alla materia, a quelle scritte ingiallite dal tempo che già altre mani hanno dispiegato, leggendole, interpretandole, riponendole con una gestualità che sfiora il rito religioso.
Forse ci vuole una buona dose di coraggio, vita natural durante, per staccarsi da queste autentiche creature che vengono dal passato e del passato contengono la vita presente e quella futura.
Ma è il solo mezzo che può permettere ad altri futuri utenti di assaporare le stesse sensazioni quando si legge e si interpreta un pensiero altrui riportato su un foglio di carta destinato a vivere nel tempo e fuori da esso, per il valore del messaggio che contiene, che qualcuno prima di noi è stato capace di imprimervi.
Un documento storico è per sempre. È per tutti e non è di nessuno. È il solo mezzo per riscoprire il passato ridando vita a chi vita più non ha.
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