Obesità, malattia del benessere (parte prima)

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Fino alla prima metà del secolo scorso grandi e piccini per sopravvivere dovevano “tirare la cinghia”. Era stato sempre così, almeno per quanto riguarda il ceto popolare e nessuno si lamentava più di tanto.
Ognuno si cibava di ciò che produceva in casa, a cominciare dal pane per finire alla carne (quasi sempre di maiale e pollame che allevava nel cortile di casa).
Era un’economia di tipo “curtense” ereditata dal Medio Evo e basata principalmente sul risparmio e sulla capacità di produrre autonomamente ciò che serviva a tutta la famiglia. Persone grasse non se ne vedevano molte in giro, e chi era palesemente al di fuori della norma circa l’eccessivo peso corporeo, mostrava con orgoglio il proprio pancione simbolo di ricchezza materiale e quindi di un benessere fisico che suscitava l’invidia dei compaesani. Il pancione, insomma, era uno status symbol destinato più che altro a stabilire l’appartenenza ad una categoria sociale che poteva permettersi il lusso di sedersi a tavola tutti i giorni per consumare un pranzo completo, frutta compresa. Naturalmente l’eccessiva quantità di cibo ingerita, non accompagnata da un equivalente esercizio fisico, provocava morti repentine dovute il più delle volte a picchi nella pressione arteriosa sommariamente definiti come “assalti di sangue”. Per contro, il “popolino” moriva senza saperlo, a causa di rachitismo, di tubercolosi e di una mal nutrizione complessiva che ne accorciava comunque l’esistenza quando non la stroncava sul nascere.
Restava comunque l’assioma che abbinava tout court, sin dalla più tenera età, il grasso allo stato di salute ed il magro allo stato di malattia. Questo paradigma protrattosi per secoli, crollò repentinamente, come accennato in partenza, col balzo in avanti che lo stato sociale fece con l’avvento, nella seconda metà del ventesimo secolo, di un generalizzato benessere.
Fu solo allora che la famiglia, conquistata l’autonomia alimentare, si avviò a trasformarsi da produttrice diretta di beni e servizi ad esclusivo uso familiare, a semplice consumatrice di prodotti provenienti da altre latitudini e altre culture. Non allevò più il maiale sotto casa o i polli nel recinto adiacente, anche perché lo impediva il nuovo standard igienico/sanitario. Ma non preparò più neanche il pane nel forno addossato all’abitazione, o la conserva di pomodoro messa a seccare al sole d’agosto, e con essi tutta la miriade di prodotti della cucina locale che sarebbero servita durante l’inverno. L’industrializzazione provocò, altresì, la specializzazione. Il mercato prima, il super mercato dopo e l’Iper mercato oggi, hanno sconvolto e stravolto la cultura delle famiglie, creando la nascita di un aspetto non secondario delle varie forme di inquinamento moderno rappresentato dagli imballaggi e contenitori usa e getta non biodegradabili ma nemmeno riutilizzabili a tempo indeterminato come avveniva una volta con la borsa della spesa fatta di juta, un contenitore in fibra naturale simbolo di un’epoca, capace di contenere quel poco che fino agli anni ’50 del secolo scorso si comprava al mercato.
Gli odierni operatori ecologici, una volta detti “spazzini”, si limitavano (quando era proprio necessario), a spazzare le strade e le cunette liberandole dalle deiezioni degli animali da soma che la mattina si recavano in campagna portando sul dorso il proprio padrone. Oggi la spazzatura delle strade, spesso affidata ad apposite macchine, è un aspetto secondario, considerato che gli ex spazzini restano impegnati in una impari lotta per la liberazione delle case dai tanti imballaggi e residui di vario genere, fra cui plastica, carta, vetro, lattine, legno, tetrapak, elettronica, polistirolo, pile, frazione organica, indifferenziata e ingombrante, quali mobili in disuso, elettrodomestici vecchi, e una miriade di nuovi “aggeggi” utilizzati in cucina, che ingombrano le moderne abitazioni.
Ciò mentre buona parte degli anziani, fin tanto che può, continua a risiedere nelle antiche case singole con annesso giardino/cortile il cui uscio dà direttamente sulla strada. Ritenute scomode per la mancanza di adeguati servizi, sono state abbandonate a vantaggio dell’asettico appartamento in condominio che brulica di vita e di problemi. Case, queste moderne, che isolano piuttosto che unire; abitazioni in cui gli spazi comuni una volta animati dal vocìo dei bambini, restano ora silenti e ingombri di auto disordinatamente parcheggiate.
Oggi il cibo viene anche prodotto a chilometri di distanza dalla propria casa. A volte, per arrivare in tavola, parte dall’emisfero australe, ma sempre più spesso i prodotti più esotici crescono nelle serre sistemate sulle ubertose colline che da sempre segnano il paesaggio natìo. In questo caso le serre servono principalmente a proteggere le coltivazioni da attacchi di parassiti e ogni altra avversità climatica che un tempo distruggevano i raccolti. Questo permette a fasce di reddito sempre più estese di avere in tavola l’uva a Natale e qualsiasi altro prodotto alimentare in ogni periodo dell’anno. Categorie di lavoratori che hanno ormai dimenticato o non hanno mai conosciuto lo spettro della fame, si sono trasformati in consumatori sedentari che grazie alle migliorate condizioni economiche, si lasciano facilmente conquistare da un cibo diverso, quasi sempre fortemente energetico, la cui composizione riportata in caratteri poco più che microscopici, passa facilmente inosservata. L’importante è “mangiare”. (segue col prossimo editoriale).

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