Il volto della politica

Il 28 e 29 marzo prossimi saremo chiamati ad esercitare il diritto di voto per il rinnovo dei consigli regionali e, nei casi di amministrazioni sciolte anticipatamente per le consuete crisi politiche, anche per la ricomposizione di qualche migliaio di consigli comunali sparsi lungo il territorio della nostra penisola.

La legge elettorale in vigore in Calabria, approvata in extremis, prevede l’elezione diretta del candidato che ottiene il maggior numero di voti, senza il ricorso al ballottaggio e l’abolizione del «listino bloccato». Il presidente e i consiglieri regionali saranno quindi eletti con un turno unico e tutti in modo diretto. Il premio di maggioranza, invece, si esplicherà mediante l'attribuzione di seggi in più alla coalizione vincitrice che verranno assegnati tra i candidati più votati a livello territoriale nelle varie province. Molto variegata la legislazione vigente nelle altre regioni, in alcune delle quali, se al primo turno nessun candidato raggiunge la maggioranza assoluta, i primi due pretendenti che hanno ricevuto il maggior numero di consensi, vanno al ballottaggio che si terrà l’11 e 12 aprile. E’ possibile, come nel caso di Lombardia, Emilia Romagna e Puglia, esprimere il voto disgiunto fra lista e presidente. Si può, cioè, votare per un candidato alla presidenza e per la lista composta dai candidati alla carica di consigliere regionale che fanno capo ad un partito avverso.
Questa autentica stranezza è un sistema introdotto per premiare la persona rispetto al partito e quindi arginare, per quanto possibile, i mali della cosiddetta “partitocrazia”. In questa tornata elettorale il voto disgiunto nei confronti di candidati presidente di Regione verrebbe utilizzato dalle opposizioni di sinistra per tentare di battere il centro destra nelle nove regioni ove, secondo i sondaggi, l’attuale presidente del consiglio è dato per vincitore.
L’accordo vedrebbe tutte le opposizioni unite con carattere di emergenza per far confluire i voti da posizioni politiche diverse ad un candidato governatore unico nel tentativo di raggiungere l’obiettivo del premio di maggioranza, rendendo così potenzialmente possibile la sconfitta del centro destra.
Questo candidato governatore unico dovrebbe essere scollegato dalle liste di partito e collegato ad una lista civica inedita, espressione unica della società civile. Partiti e movimenti del centro sinistra potrebbero avere comunque la propria visibilità seguendo due strade: proponendo candidature a consigliere regionale all’interno della lista civica unica, oppure in alternativa, (ma anche in aggiunta) presentare le rispettive liste a consigliere regionale scollegate dalla lista unica e capeggiate da un candidato governatore civetta. In effetti si cercherebbe di votare il candidato governatore unico col sistema del voto disgiunto.
L’ipotetico progetto politico si baserebbe sulla disponibilità di candidati governatore forti sui quali convergere da posizioni politiche diverse. Si tratterebbe di trovare personalità di rilievo o simboliche in grado di portare voti al centro sinistra magari sottraendoli anche a quella parte dell’Udc che non digerisce Berlusconi e che siano capaci, nel contempo, di attirare quella fetta di elettorato che si riconosce nel disagio sociale.
Altri criteri della complessa e articolata operazione alchimistica sono l’età che, almeno nel 75% dei casi non dovrebbe essere superiore ai 40 anni e il sesso con particolare riguardo all’elemento femminile a cui verrebbe riservato un minimo del 40% - 45% delle candidature. Queste ed altre sottigliezze dovrebbero essere le armi che la sinistra starebbe affilando per defenestrare il centro destra e Berlusconi.
La lotta è dura e come sempre sarà combattuta senza esclusione di colpi. Del resto il gioco val bene la candela. Sia dal punto di vista politico che da quello prettamente economico l’elezione rappresenta un indubbio successo. In proposito a questo secondo aspetto basta documentarsi un po’. Ad esempio ripercorrendo l’articolo de “La Stampa” del 10 agosto 2005, si può avere un quadro complessivo dei costi della politica (quella regionale), che fa inorridire il cittadino/elettore. Tutti i rappresentanti regionali ai vari livelli, in tutto 1.247 persone, hanno percepito in quell’anno 2005, stipendi (al lordo) per complessivi 139 milioni - 826 mila - 415 €uro, pari a 270 miliardi, 731 milioni, 692 mila e 572 £ire. Consiglieri e assessori (di cui 128 esterni) cioè, hanno ricevuto in media uno stipendio mensile pari ad €. 8.734,80 con punte di 12.434 €. in Sicilia e di 10.569 € in Piemonte (la Calabria con 9.947 € si colloca al  terzo posto assieme a Campania, Lombardia, Puglia e Sardegna). Ancora più indicativo il raffronto se si tiene conto della popolazione amministrata. In questo caso il primato dei meglio pagati spetta al Molise (indice rapporto spesa/abitanti pari a 10.27), mentre i più spartani risultano i dipendenti della Lombardia il cui indice si ferma all’1.06, seguiti a ruota dal Veneto (1.29) quindi Lazio (1.43) ed Emilia Romagna (1.47). Un’analisi dettagliata del quadro complessivo offerta dal citato articolo, permette la raccolta di numerosi altri elementi per la formazione di un’idea significativa circa i costi dell’apparato amministrativo regionale in Italia.
Naturalmente ciò non significa che le autonomie vadano represse o limitate dall’alto. Significa soltanto che la politica oggi, la si fa più come una “professione” che come uno slancio dello spirito e come lotta per l’affermazione di ideali nel cui nome si era capaci di sacrificare la vita stessa.
Sarà anche per questo che si assiste ad una continua emigrazione da un partito ad un altro. Evidentemente ogni politico, ormai da considerare come un professionista del settore, va dove ritiene di poter meglio collocarsi in graduatoria e gli elettori stessi sono altresì contenti di accogliere un big che lascia il partito avverso, consapevoli che così aumentano le possibilità di vittoria del proprio schieramento.
Sono ormai lontani i tempi in cui personaggi politici del calibro di Alcide De Gasperi e Palmiro Togliatti o, per riferirci a personalità a noi fisicamente più vicine come Gennaro Cassiani e Giovanni Rinaldi, venivano osannate non per lo stipendio che ricevevano, (che non aveva comunque nulla a che spartire con gli emolumenti ed i benefit odierni), ma semplicemente per i valori che erano capaci di trasmettere.
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