L'Italia delle canzonette

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Il palinsesto televisivo italiano, da qualche tempo propone simpatiche trasmissioni d'intrattenimento come per esempio “grazie a tutti” di Gianni Morandi; “i migliori anni” di Carlo Conti e tanti altri show analoghi, che ripercorrono, attraverso le canzoni, gli ultimi decenni della nostra storia, suscitando un grande successo nel pubblico di tutte le generazioni.

A cosa è dovuto tale successo?
In parte è riconducibile al fatto che i motivi musicali del passato, destano grandi emozioni, evocando ai telespettatori i ricordi della giovinezza; gli amici di infanzia; il primo amore; il primo bacio; i compagni di scuola; i giochi; i desideri e le aspirazioni.
Difatti, tale spiegazione non regge da sola, essendo del tutto parziale ed insufficiente a giustificare un così consistente gradimento degli italiani.
E' evidente, che il motivo del successo deve cercarsi altrove, la causa deve ritenersi più complessa, quindi, deve sussistere un quid pluris!!
Forse perché gli show sopra ricordati ripercorrono uno spaccato dello stivale diverso che, purtroppo, non esiste più, nel senso che viene rappresentata un'immagine storica, economica e sociale del paese positiva e diametralmente opposta al momento attuale.
L’Italia della “prima repubblica”, nonostante i suoi atavici difetti ed insoluti problemi, si presentava un paese vivo e vitale, teso alla costante crescita, al concreto sviluppo sociale-economico e culturale.
“Il miracolo italiano” ha abbracciato tutti settori della società.
Dal dopoguerra alla fine del XX secolo si è passati da un paese povero (quasi da terzo mondo) a socio del “club” delle nazioni più industrializzate del mondo.
In tale contesto di crescente ed inarrestabile sviluppo, nonché di epocali trasformazioni sociali, le famiglie italiane hanno vissuto con certezza il presente e con fiducia il futuro, ritenendo di essere nelle condizioni di poter ancora migliorare e raggiungere risultati di grande importanza.
Il quadro di grande ottimismo di ieri si scontra, purtroppo, con la profonda crisi attuale della nostra penisola, la quale, oltre a subire gli effetti dei capovolgimenti internazionali, paga le conseguenze del suo patologico immobilismo, non avendo, irresponsabilmente avviato le necessarie riforme del sistema.
I dati economici sono tutti di segno negativo: il Pil dell'anno 2009 è inferiore del 4,8%; la cassa integrazione (dati Inps) nell'ultimo anno è aumentata del 800%; il bilancio dei pagamenti è del tutto negativo, le esportazioni sono diminuite nella misura del 20%, mentre la disoccupazione ha quasi raggiunto una percentuale a due cifre, per non parlare dei conti pubblici.
Il divario tra l'Italia e i paesi più performanti continua ad ampliarsi. Il nostro Paese è 19esimo su 29, ultimo tra i big, europei.
Oltre alla minore produttività, a essere chiamato in causa è il basso utilizzo del lavoro, soprattutto tra giovani, anziani, donne e nel Sud.
Ebbene, l'Italia è in piena recessione, tuttavia, il pessimismo vissuto dai cittadini non è certo ascrivibile, soltanto, ai contingenti dati economici negativi, ma è figlio della consapevolezza che “il sistema Italia” è “saltato”. Tutti gli indicatori (Istat; Ocse; Fondo monetario ed altri) giudicano negativamente la situazione dei fondamentali del paese, ritenendo che si avvia, inevitabilmente, verso una fase storica di palese e mortificante decadenza.
E' sotto gli occhi di tutti la larga e crescente insoddisfazione dei cittadini italiani nei confronti dello stato e delle sue istituzioni: la scuola “produce” ignoranti; la giustizia è iniqua; la Sanità è inefficiente, gli enti locali non gestiscono le comunità.
Ed invero il paese è paralizzato da un numero spropositato di leggi, leggine e regolamenti; soffocato da una cultura burocratica invasiva e ottusa; gestito da una pubblica amministrazione, pletorica, costosa e inefficiente e non di rado, corrotta; vessato da un sistema fiscale punitivo per chi paga le tasse e distratto nei confronti di chi non le paga, prigioniero di corporazioni e interessi clientelari; nelle mani, da Roma in giù della criminalità organizzata.
Un paese, dunque in inarrestabile declino culturale, politico, economico e sociale.
Ecco il motivo di tale esagerato successo dei revivals televisivi!!!!!
Tuttavia, come spesso, accade e la storia ne ha offerto numerosi episodi, in simili contesti di crisi epocali, le nazioni ed i popoli hanno avuto la forza di reagire, avviando stagioni di riforme e coraggiose trasformazioni .
Ecco, quindi, l'obiettivo primario ed assoluto della nazione: intraprendere, con coraggio le riforme in tutti i settori dal lavoro all'istruzione, dai servizi locali alle professioni, dal cuneo fiscale alle contrattazioni salariali e alla ricerca, al fine di attrezzare il paese ad entrare nella modernità e di stare, culturalmente, politicamente, economicamente, al passo con gli altri Paesi di democrazia liberale dell'Occidente capitalista.
Dunque, immediatamente, bisognerebbe avere, nonostante l'esistenza di una cerchia di privilegiati e tutelati guardiani della “Magna Carta”, il coraggio di riscrivere la Costituzione, in una prospettiva di superamento dell'impostazione ideologica, “catto-collettivista” e “dirigista”, partorita dall'assemblea costituente dei settantacinque, ed orientandola, al contrario, verso la costruzione di una “democrazia liberale”, ove le norme codificate abbiano, soltanto, una funzione “procedurale” e giammai “programmatica” che ipotecano la libertà ed il diritto di scegliere dei popoli.
In tal senso, pertanto, sarebbe necessario auspicare una “rivoluzione liberale” del nostro paese che sprigioni forze ed energia che prenda le distanze da una cultura “totalitaria”, vissuta prima nel corporativismo fascista e poi sopravvissuta nel collettivismo sia cattolico che social comunista.
La soluzione forse sarebbe una bella cura dimagrante dello Stato. Non nella prospettiva della sua scomparsa, come sognavano i marxisti, né dello stato minimo, che neppure i liberali classici (Adam Smith, Luigi Einaudi Friedrich A.von Hayek) vogliono. Ma nella prospettiva di una riduzione del suo ruolo e della sua presenza, di una forte deregolamentazione e di una libera ridefinizione delle sue funzioni che ne riducano i poteri e ripristinino il primato dell'autonomia della società civile e dell'individuo.
In tale ottica riformista sarebbe utile la riduzione della proprietà pubblica e delle barriere normative alla concorrenza, il miglioramento del sistema di istruzione, soprattutto universitario, la riduzione del cuneo fiscale sui redditi da lavoro, il decentramento della contrattazione salariale, a cominciare dalla differenziazione dei salari nella pubblica amministrazione e la concessione di incentivi per l'innovazione.
Sul presupposto di tali cambiamenti è possibile costruire un “sistema paese” forte, consapevole dei suoi mezzi, capace di competere sui mercati internazionali e soprattutto ritornare, perché è d'obbligo per la sua storia, protagonista e punto di riferimento del mondo civile.
Tale opportunità non deve essere assolutamente sprecata e tutti i cittadini italiani devono partecipare al rilancio del paese.
Spero proprio che un tale nuovo scenario possa offrire l'opportunità agli italiani di credere nel proprio future e ritornare ad emozionarsi con nuove belle canzoni, pari a quelle delle precedenti generazioni.
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